La crisi del carbone pulito, negli Stati Uniti
01 Nov 2008 - 13:14:56
Di Rosario Mastrosimone

Se n'è parlato tanto negli scorsi mesi, del carbone pulito, delle nuove tecniche per sfruttare il potenziale energetico del carbone con un impatto ambientale ridotto: bruciare carbone, filtrando le sostanze piu' dannose per la salute e stoccando sotto-terra gran parte del diossido di carbonio  prodotto. In Italia, il carbone pulito piace al centrodestra, ed a gran parte del centrosinistra Con il nucleare di nuova generazione, il carbone pulito è la grande chimera che serve a coprire l'assoluta assenza di una visione energetica di futuro. Poco importa che mai si espliciti quali sono le difficoltà tecniche ed i rischi legati al cosiddetto carbone pulito e in cosa consisterebbe questa nuova generazione di impianti nucleari. Ci si accontenta dello sfrontato ottimismo che traspare dagli aggettivi, senza approfondire la sostanza e continuando a rifiutare qualsiasi politica seria in materia di efficienza e risparmio energetici. Negli Stati Uniti, il carbone pulito non è una chimera, ma già un'esperienza disastrosa, costata centinaia di milioni di dollari ed incapace di produrre il minimo risultato positivo. Il 2007 è stato l'anno horribilis del carbone pulito, o meglio, è stato l'anno della verità. Mentre in Italia i politici facevano a gara ad annunciarne i pregi, negli Stati Uniti i progetti tecnologicamente piu' avanzati fallivano miseramente, uno dopo l'altro. Oggi, il New York Times propone un'interessante cronistoria del carbone pulito statunitense, in questo articolo, a firma Matthew L. Wald.* E' un articolo che tutti i nostri parlamentari farebbero bene a leggere, e con attenzione. L'anno horribilis inizia a gennaio, con la cancellazione di un grande progetto nell'Illinois che avrebbe dovuto costituire un esempio-modello per ogni altro futuro impianto per il carbone pulito. I tecnici avevano scelto con oculatezza la località dell'impianto, in una zona ricchissima di carbone, collegata in modo ottimale con la rete elettrica e provvista di suoli considerati allora teoricamente ideali per lo stoccaggio, per un periodo lunghissimo di tempo, del diossido di carbonio prodotto dalla combustione del carbone. Il progetto si chiamava FutureGen, ed era stato promosso con enfasi nel 2003 direttamente dal Presidente George Bush. A Mattoon, Illinois, avrebbe dovuto cosi' sorgere l'impianto di rigassificazione del carbone piu' avanzato e sofisticato del pianeta. Solo gli studi preliminari erano costati 50 milioni di dollari, di cui 40 (l'80%) di finanziamento pubblico. Dopo 5 anni di studi, la stima dei costi di realizzazione dell'opera è arrivata alla cifra, non so se piu' ridicola o astronomica, di 1,8 miliardi di dollari. L'amministrazione Bush, temendo che la cifra stimata fosse addirittura ancora destinata a crescere, alla fine si è tirata indietro. Oggi, FutureGen è un morto che cammina. Repubblicani e Democratici stanno tentando di salvare il progetto, attraverso nuovi crediti, relativamente modesti, in grado di consentire alla FutureGen di sopravvivere e trovare nuove soluzioni tecniche in grado di abbattere i costi: insomma, nuovi studi preliminari, a 5 anni dai primi di una tecnologia che si pretendeva già pronta. Nei mesi successivi, progetti dalle analoghe finalità sono stati cancellati in Florida, West Virginia, Ohio, Minnesota e nello Stato di Washington. Per John Lavelle, uno dei massimi dirigenti della General Electric, colossale multinazionale con fortissimi interessi nel settore energetico, ma con ruoli di grande peso anche nel settore aereo e televisivo, tutti questi progetti sono falliti a causa dell'aumento dei costi di breve periodo. Detto altrimenti, servirebbe piu' tempo e servirebbero maggiori finanziamenti pubblici. Già, finanziamenti pubblici, perché il carbone pulito non sfugge alla regola d'oro delle peggiori tecnologie energetiche, quella di essere colossali centri di accumulo di risorse pubbliche, con buona pace del mito dell'economicità che caratterizzerebbe certe fonti energetiche. Alcuni studiosi, continua l'articolo del New York Times, sostengono che il ricorso al carbone è comunque inevitabile, perché altre fonti idonee non ce ne sarebbero. Gli stessi studiosi affermano dunque che, entro il 2020, sarà indispensabile stoccare sotto-terra il diossido di carbonio, pena un ulteriore drammatico peggioramento dell'emergenza clima. Detto altrimenti: avremmo solo una scelta, quella tra il carbone sporco e quello pulito. La realtà delle prime costosissime sperimentazione americane ha evidenziato che il carbone pulito è, nella migliore delle ipotesi, un obiettivo che per almeno 10 anni non sarà possibile raggiungere. Nella peggiore: un colossale bluff. Ora, il Dipartimento federale per l'Energia, attraverso una nuova strategia, sta cercando di convincere i gestori privati di impianti a carbone già attivi, a dotarsi delle strumentazioni e dei macchinari necessari allo stoccaggio sotterraneo del diossido di carbonio prodotto. Il Dipartimento offre ai gestori privati sussidi, a condizione che siano pero' i privati stessi ad assumersi i maggiori costi che dovessero eventualmente essere necessari per perfezionare gli impianti. Ad oggi, nessun privato si è detto diponibile ad accettare la sfida, perché, considerato lo stadio ancora tutt'altro che avanzato delle relative tecnologie, l'aumento esponenziale dei costi piu' che una possibilità, pare una certezza. Si assiste anzi ad una fuga dei gestori privati dal carbone pulito che, finita ormai l'era dei mega-sussidi pubblici, non è piu' considerato un business conveniente. Gli esperti che sul carbone pulito hanno indirizzato la loro carriera professionale tendevano ottimisticamente, e probabilmente senza la dovuta obiettività, a considerare ormai risolti gli aspetti tecnici piu' problematici dei processi di filtrazione e stoccaggio. Sono stati costretti ad un bagno di realismo, riconoscendo che ancora non sono riusciti a capire quali siano i suoli piu' adatti allo stoccaggio, che ancora non c'è alcuna certezza che il diossido di carbonio, una volta stoccato, non riemerga nell'atmosfera, o peggio, non si insinui irreparabilmente nelle falde acquifere.  Nell'articolo citato ci sono altre questioni irrisolte che neppure sono state citate, verosimilmente per ragioni di spazio, come la produzione di PM10 (polveri fini) e l'affidabilità dei cosidetti desolforatori, destinati a ridurre fino al 99% le emissioni di diossido d'azoto, responsabile delle cosiddette piogge acide. Irrisolti anche le questioni di sicurezza concernenti gli effetti chimici del diossido di carbonio sotto-terra, in particolare sulle formazioni geologiche con mercurio e arsenico, che potrebbero fuoriuscire fino a raggiungere anch'essi le falde acquifere La realtà scientifica è dunque molto diversa da quella propagandata dai politici, è una realtà fatta di tanti progetti sussidiati dagli Stati, che non producono risultati, e che non si sa se mai ne produrranno.

* Mounting Costs Slow the Push for Clean Coal
FutureGen Alliance

By MATTHEW L. WALD

Published: May 30, 2008

WASHINGTON — For years, scientists have had a straightforward idea for taming global warming. They want to take the carbon dioxide that spews from coal-burning power plants and pump it back into the ground.
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The Energy ChallengeA Coal Project Derailed
Articles in this series are examining the ways in which the world is, and is not, moving toward a more energy efficient, environmentally benign future.
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Dot Earth: Is Capturing CO2 a Pipe Dream? (Feb. 3, 2008)
President Bush is for it, and indeed has spent years talking up the virtues of “clean coal.” All three candidates to succeed him favor the approach. So do many other members of Congress. Coal companies are for it. Many environmentalists favor it. Utility executives are practically begging for the technology.
But it has become clear in recent months that the nation’s effort to develop the technique is lagging badly.
In January, the government canceled its support for what was supposed to be a showcase project, a plant at a carefully chosen site in Illinois where there was coal, access to the power grid, and soil underfoot that backers said could hold the carbon dioxide for eons.
Perhaps worse, in the last few months, utility projects in Florida, West Virginia, Ohio, Minnesota and Washington State that would have made it easier to capture carbon dioxide have all been canceled or thrown into regulatory limbo.
Coal is abundant and cheap, assuring that it will continue to be used. But the failure to start building, testing, tweaking and perfecting carbon capture and storage means that developing the technology may come too late to make coal compatible with limiting global warming.
“It’s a total mess,” said Daniel M. Kammen, director of the Renewable and Appropriate Energy Laboratory at the University of California, Berkeley.
“Coal’s had a tough year,” said John Lavelle, head of a business at General Electric that makes equipment for processing coal into a form from which carbon can be captured. Many of these projects were derailed by the short-term pressure of rising construction costs. But scientists say the result, unless the situation can be turned around, will be a long-term disaster.
Plans to combat global warming generally assume that continued use of coal for power plants is unavoidable for at least several decades. Therefore, starting as early as 2020, forecasters assume that carbon dioxide emitted by new power plants will have to be captured and stored underground, to cut down on the amount of global-warming gases in the atmosphere.
Yet, simple as the idea may sound, considerable research is still needed to be certain the technique would be safe, effective and affordable.
Scientists need to figure out which kinds of rock and soil formations are best at holding carbon dioxide. They need to be sure the gas will not bubble back to the surface. They need to find optimal designs for new power plants so as to cut costs. And some complex legal questions need to be resolved, such as who would be liable if such a project polluted the groundwater or caused other damage far from the power plant.
Major corporations sense the possibility of a profitable new business, and G.E. signed a partnership on Wednesday with Schlumberger, the oil field services company, to advance the technology of carbon capture and sequestration.
But only a handful of small projects survive, and the recent cancellations mean that most of this work has come to a halt, raising doubts that the technique can be ready any time in the next few decades. And without it, “we’re not going to have much of a chance for stabilizing the climate,” said John Thompson, who oversees work on the issue for the Clean Air Task Force, an environmental group.
The fear is that utilities, lacking proven chemical techniques for capturing carbon dioxide and proven methods for storing it underground by the billions of tons per year, will build the next generation of coal plants using existing technology. That would ensure that vast amounts of global warming gases would be pumped into the atmosphere for decades.
The highest-profile failure involved a project known as FutureGen, which President Bush himself announced in 2003: a utility consortium, with subsidies from the government, was going to build a plant in Mattoon, Ill., testing the most advanced techniques for converting coal to a gas, capturing pollutants, and burning the gas for power.
The carbon dioxide would have been compressed and pumped underground into deep soil layers. Monitoring devices would have tested whether any was escaping to the atmosphere.

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http://ambientepolesine.blog-attivo.com/Home-b1/La-crisi-del-carbone-pulito-negli-Stati-Uniti-b1-p37.htm

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